L’espressione della felicità

Esercizi per essere felici… Funzionano?

come essere felici, esprimere le emozioni

Photo by Caju Gomes

Pochi giorni fa sono stato intervistato da Radio Kiss Kiss per dare qualche indicazioni su un’ipotetica ricetta da seguire per la felicità (l’intervento lo trovi qui). Il tutto parte da uno studio fatto dall’Ohio State University, che ha concluso che gli esseri umani usano tipicamente 17 espressioni differenti per esprimere felicità, tre per la paura, e cinque rispettivamente per tristezza e rabbia. La sproporzione dipende dalla complessità dello stato d’animo veicolato. La felicità è un collante sociale e come tale, richiede una mimica facciale molto articolata (anche se le 17 “maschere” individuate differiscono in piccole sfumature, come l’ampiezza del sorriso o la profondità delle rughe d’espressione attorno agli occhi) [vedi articolo su Focus].

Questo studio, unito ad altri che dimostrano quanto l’intensità percepita di un’emozione dipenda dal saperla esprimere fisicamente e mimicamente, mi ha fatto trarre due riflessioni:

  1. La felicità è un concetto per l’essere umano così importante da avere molte più forme espressive rispetto le altre emozioni. L’intreccio di cultura e biologia ci ha dotato di diciassette mimiche diverse per comunicare diciassette sfumature diverse di felicità.
  2. Prendendo per vero il punto uno, forse è per questo che ricerchiamo con così tanto affanno l’essere felici? Forse perché è un concetto così difficile non solo filosoficamente, non solo psicologicamente, ma è un concetto di difficile espressione mimica?

Senza addentrarmi in speculazioni filosofiche (che puoi trovare qui) ma volendo cercare spunti utili per migliorarci la giornata, ho così raccolto qui alcune ricerche ed esercizi che possono aiutarci ad essere più felici. Cioè ad allenare la nostra felicità.
(Come ogni semplice esercizio, funzionano solo se si eseguono, non se si criticano).

Come percepire i segnali corporei influenza le nostre emozioni

Già in passato William James (uno dei massimi pensatori a cavallo tra ‘800 e ‘900) riteneva che quelle che noi definiamo emozioni siano in realtà solo elaborazioni cognitive e culturali di alcune reazioni fisiche e fisiologiche all’ambiente. Detto più semplicemente viene prima l’espressione fisica dell’emozione che l’emozione stessa: ridiamo e quindi siamo felici e non viceversa. L’espressione corporea o mimica “causa” l’emozione associata a quell’azione.
In questi anni numerose ricerche scientifiche vanno a convalidare la teoria di James, eccone alcune:

3+1 esempi di ricerca sull’importanza dell’espressione delle emozioni

  1. La matita della felicità. Gli psicologi Fritz Strack, Leonard Martin e Sabine Stepper hanno fatto mettere a delle persone una matita tra i denti, in modo che dovessero tirare i lati della bocca, andando a stimolare quei muscoli che sono dell’espressione del sorriso (che, uniti poi alle “zampe di gallina” dell’occhio strizzato rappresentano l’espressione “veritiera” di una persona felice). Ad un altro gruppo, invece, è stato chiesto di tenere la matita tra le labbra in modo che mimassero il “broncio” (che assieme al sollevamento e il corrugamento della parte centrale delle sopracciglia rappresenta la mimica della tristezza). Ad entrambi i gruppi così conciati i ricercatori hanno fatto vedere dei cartoni animati divertenti. Hanno scoperto che chi era “costretto” a mantenere il sorriso considerava le scene che stava vedendo molto più divertenti rispetto a chi invece tenesse artificialmente il broncio (F.Strack et al. Inhibiting and facilitating conditions of the human smile: a nonobrusive of the facial feedback hypothesis, Journal of personality and social psychology, 1988, pp.678-777).
  2. Diverse ricerche mostrano i danni psicologici degli interventi da botox. Per esempio le persone, che usano il botulino per ringiovanire l’aspetto del proprio volto, spesso bloccano quei micro movimenti delle espressioni causa delle rughe del volto. Il problema non è solo comunicativo (gli interlocutori, non percependo la mimica facciale, non capiscono a fondo le emozioni di queste persone che risultano maggiormente distanti, artificiose o strane), ma il problema è principalmente nel vissuto della persona stessa: non poter muovere la muscolatura facciale fa sì che si provino emozioni di intensità minore e che si sia
    “realmente meno empatici”. La capacità mimica sembra permettere una migliore decodificazione dell’emozione altrui. (Vedi: i lavori di Judith Grob, della SISSA, di Baumeister, Papa e Foroni o di David Neal).
  3. Lo stesso vale per quanto riguarda la postura o il movimento. Possiamo immaginare la postura di una persona molto felice che guarda il sole risplendere, con le braccia al cielo, le gambe divaricate, il petto in fuori e con testa e schiena ben ritte, oppure una persona molto triste curva su se stessa e con le braccia a penzoloni lungo il corpo. Uno studio di Tomi-Ann Roberts dimostra (con delle interessanti differenze tra generi) come mettere artificiosamente delle persone in posture “felici” o “tristi” durante compiti distraenti, facesse valutare a tali persone il proprio umore in modo concorde al loro corpo: posture felici corrispondevano ad descrizioni felici del proprio stato d’animo.
    In più ricerche e in università differenti, Peter Borkenau, Sara Snodgrass e Sabine Koch dimostrano come movimento, gesti, camminate, strette di mano e danza influenzino le nostre emozioni: movimenti felici producono emozioni di felicità.
  4. Il famoso paradigma “still-face” (faccia-immobile) proposto da Edward Tronick e collaboratori. Attraverso più esperimenti, questo gruppo di ricerca ha dimostrato quanto fin dai primi 6 mesi di vita il neonato necessiti di un’interazione mimica con la madre e, in assenza di tale espressività (appunto una faccia materna “immobile”) il neonato cerchi di riattivare il flusso comunicativo con svariati tentativi di mimica facciale [la citazione è dovuta alla lettura di un articolo di Pattini e Rizzolati su Psicologia Contemporanea]}

Questi e altri esperimenti dimostrano – o vogliono dimostrare – quanto il percepire un feedback muscolare del nostro volto o del nostro corpo rafforzi o generi l’emozione che stiamo provando. Così come la mimica facciale sia fondamentale per sentirci in relazione con gli altri e riuscire a decodificare, tramite ciò che chiamiamo empatia, le emozioni di chi abbiamo di fronte.

In sostanza: vuoi essere più felice? Comportati, muoviti, assumi postura e mimiche di felicità.
Sì, pare anche a me una cosa banale e meccanica, ma agire come se fossimo felici funziona. Leggere tenendosi una matita tra i denti non costa nulla, perché non provare?

Ricordarsi di essere grati

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Photo by Marion Michele

Se gli studi elencati precedentemente sostengono che attuare comportamenti associati alla felicità possono aumentarla, ora ne vediamo uno in cui è la focalizzazione dell’attenzione su eventi “felici” a influenzare positivamente il nostro umore.
Non solo, lo studio di due psicologi Robert A. Emmons e Micheal McCullough, pubblicato nel 2003 sulla rivista Journal of Personality and Social Psycholoy, si poneva l’obiettivo di analizzare più nel dettaglio la relazione esistente tra gratitudine e felicità. Ciò che gli autori si aspettavano è che un esercizio progettato per indurre uno stato di gratitudine, potesse portare nel tempo a un maggior benessere psico-fisico. Cioè che facendo pensare le persone a eventi di cui fossero essere grate, queste non solo si sarebbero sentite più felici ma avrebbero messo in atto azioni per migliorare in generale le loro condizioni di salute.

La ricerca era suddivisa in tre sotto-studi simili tra loro. Tra questi, quello che ci interessa di più è il primo, che consisteva nel far eseguire compiti leggermente diversi a tre gruppi di persone, formati in modo casuale da un campione di 192 partecipanti.
La consegna per ogni gruppo era di scrivere al termine di ogni settimana, per 10 settimane, 5 eventi accaduti nei sette giorni precedenti. Per il primo gruppo erano 5 motivi di gratitudine, per il secondo 5 motivi di irritazione e per il terzo 5 eventi qualsiasi.

I risultati furono sbalorditivi. Rispetto ai membri del gruppo “irritato” e di quello degli “eventi”, coloro che avevano espresso gratitudine avevano finito per essere più felici, molto più ottimisti riguardo al futuro, fisicamente più sani e persino più invogliati a fare esercizio fisico.

Richard Wiseman, Pensa poco, cambia molto (2010)

Il secondo sotto-studio della stessa ricerca ha visto la partecipazione di 157 persone ed era organizzato in modo simile al primo appena illustrato con alcune differenze. Quella più significativa è il tempo: si chiedeva alle persone di annotare gli eventi per sedici giorni consecutivi (e non una volta a settimana per 10 settimane). I risultati non furono così sorprendenti come per il primo studio.

Conclusioni: l’espressione della formula della felicità

William James (uno dei più influenti psicologi mai esistiti) aveva ragione: agire come se una virtù sia nostra ci aiuta a farla nostra.
Detto che essere felici non è un obbligo e che volerlo essere sempre è quantomeno borioso, ecco qualche spunto da queste ricerche:

  1. declina alcune azioni concrete che rappresentino la tua idea di felicità (es: modi di camminare, di salutare, di parlare…)
  2. scrivi tra queste le azioni più semplici
  3. dedica 5 minuti al giorno a svolgere le azioni scelte (metti un promemoria sul tuo cellulare con un ora specifica)
  4. ogni domenica sera scrivi a penna su un diario cinque eventi di cui puoi dirti grato accaduti nella settimana appena conclusa
  5. ripeti questi esercizi per almeno dieci settimane.

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