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Psicologia della perfomance: come diventare esperti in un ambito o settore

Uno tra i massimi esperti nel campo delle performance e prestazioni umane è morto un mese fa. Si tratta di Anders Ericsson, psicologo svedese trapiantato all’Università della Florida e riconosciuto a livello internazionale per i suoi studi sull’eccellenza.
Le ricerche di Ericsson si sono concentrate sulle modalità con cui gli esperti in più settori (arti, scienze, sport, business…) riescano ad acquisire abilità eccezionali.
Come fa ad essere così bravo quel giocatore di calcio? O ad avere così carisma quel leader? O come fa quel neurochirurgo a essere considerato il migliore nel proprio campo?

Tutto merito del talento? No, per il dott. Ericsson è tutto frutto di allenamento, costanza e un particolare tipo di approccio.

Anders Ericsson psicologo esperti

In questo articolo – che scrivo per onorare questo grande psicologo e che in gran parte traduco da un testo da lui scritto per la Harvard Business Review – illustrerò le sue scoperte sul come esercitarsi in un qualsiasi materia per riuscire a padroneggiarla e diventarne competenti.
Nell’arco della sua vita, lo psicologo Anders Ericsson, ha scritto numerosi articoli e condiviso numerosi suggerimenti affinché una persona “normale” potesse diventare un’abile performer, cioè potesse trovare la propria strada per raggiungere l’eccellenza in un particolare settore, superando così gli ostacoli legati alla autosvalutazione, alla fatica e alla costanza.

Secondo Ericsson:

Le persone credono che, poiché la prestazione degli esperti è qualitativamente diversa da una prestazione normale, l’esecutore esperto deve essere dotato di caratteristiche qualitativamente diverse da quelle degli adulti normali. […] Noi concordiamo sul fatto che le prestazioni degli esperti siano qualitativamente diverse dalle prestazioni normali e anche che gli artisti esperti abbiano caratteristiche e abilità che sono qualitativamente diverse o al di fuori della gamma di quelle degli adulti normali. Tuttavia, neghiamo che queste differenze siano immutabili, cioè siano dovute a un talento innato. Solo alcune eccezioni, in particolare l’altezza, sono geneticamente già scritte. Invece, sosteniamo che le differenze tra artisti esperti e adulti normali riflettono un lungo periodo di sforzi deliberati per migliorare le prestazioni in un dominio specifico.

Anders Ericsson “The Role of Deliberate Practice in the Acquisition of Expert Performance”

Gli studi sulle performance di Anders Ericsson

Nel 1985, Benjamin Bloom, professore di scienze dell’educazione all’Università di Chicago, pubblicò un libro che diventò presto un riferimento: “Sviluppare il talento nei giovani”. In questo libro Bloom esaminava i fattori determinanti per il talento. Si trattava di un’analisi approfondita dell’infanzia di 120 eccellenti performer che avevano vinto concorsi o premi internazionali in campi che spaziavano dalla musica all’arte, dalla matematica alla neurologia. Sorprendentemente, il lavoro di Bloom non trovò indicatori innati che avrebbero potuto prevedere il successo delle persone esaminate: ad esempio non vi era alcuna correlazione tra il QI registrato nell’infanzia e le prestazioni delle persone divenute poi esperte in campi come gli scacchi, la musica, lo sport e la medicina.

Quindi da cosa dipende il successo?

Una cosa emerse molto chiaramente dal lavoro di Bloom: tutti i top performer che analizzò si erano esercitati intensamente, avevano studiato con insegnanti devoti ed erano stati supportati con entusiasmo dalle loro famiglie durante gli anni di sviluppo.
Ricerche successive basate sullo studio pionieristico di Bloom hanno poi rivelato che la quantità e la qualità della pratica erano fattori chiave nel livello di competenza acquisita dalle persone.
Raccogliendo questo contributo e quello delle ricerche di altri 100 scienziati, il prof. Anders Ericsson dimostrò in modo evidente che

esperti non si nasce, si diventa.

Basta crederci?

pratica deliberata - psicologia performance

Certo, però, che la strada verso prestazioni davvero eccellenti non è né per i deboli di cuore né per gli impazienti. Lo sviluppo di competenze autentiche richiede lotta, sacrificio e autovalutazione onesta, spesso dolorosa. Non ci sono scorciatoie.
Se vuoi diventare un esperto nel tuo campo e ottenere prestazioni riconosciute come eccellenti, gli studi di Ericsson indicano che ci vorrà almeno un decennio e dovrai investire saggiamente quel tempo, impegnandoti in una pratica deliberata: una modalità di allenamento ed esercizio che si concentra su compiti che richiedono maggior qualità rispetto al livello di competenza a cui sei abituato. Avrai bisogno di un formatore ben preparato, non solo per guidarti attraverso la pratica deliberata, ma anche per aiutarti ad apprendere le modalità di allenamento. Se poi vuoi raggiungere massimi risultati come manager o leader (ambiti dove, a differenza dello sport, è più difficile misurare la performance direttamente) meglio dimenticare al più presto le illusioni da baraccone sull’esistenza di geni talentuosi a cui tutto riesce subito e bene.
Vediamo come procedere.

10000 ore di pratica deliberata: il metodo di Anders Ericsson

Esercitati deliberatamente.
Per le persone le cui competenze non hanno mai raggiunto un livello nazionale o internazionale, può sembrare che l’eccellenza sia semplicemente il risultato della pratica quotidiana di anni o addirittura decenni. Tuttavia, vivere in una grotta non ti renderà un geologo, come portare con te sempre la chitarra non ti renderà un musicista.

Non tutta la pratica porta a compiere un salto qualitativo. Hai bisogno di un particolare tipo di pratica — la pratica deliberata — per sviluppare le competenze che cerchi.
Quando la maggior parte delle persone si esercita, solitamente si concentra sulle cose che già sa fare. La pratica deliberata invece è diversa. Implica sforzi considerevoli, specifici e sostenuti per fare qualcosa che non riesci ancora a svolgere bene o che non sai ancora svolgere affatto. La ricerca tra domini e contesti differenti mostra che si diventa altamente competenti solo lavorando su ciò che non si sa ancora fare. Cosa che tutti facciamo all’inizio di una nuova attività, ma che abbandoniamo appena raggiunto un livello sufficiente di prestazioni.

Facciamo un esempio: la pratica deliberata o hobby?

Per illustrare questo punto, immaginiamo che tu stia imparando a giocare a tennis per la prima volta. Nelle prime fasi, provi a capire i colpi di base e ti concentri sull’evitare errori grossolani (come mancare completamente la palla e lanciare la racchetta in testa all’altro giocatore). Ti alleni a centro campo a colpire di dritto e mandare la palla al di là della rete, fai qualche scambio con altri principianti come te e impari i primi fondamentali.
In un tempo sorprendentemente breve (forse 50 ore), svilupperai un miglior controllo di racchetta e palla e il tuo gioco migliorerà. Da quel momento in poi, lavorerai sulle tue abilità allenando più gesti tecnici (es: battuta, rovescio, scivolata, lungo linea…) mettendo più intensità e forza nei tuoi colpi.
Dopo un po’ di mesi e di partite i tuoi movimenti diventeranno automatici: penserai meno a ogni scambio e giocherai di più guidato dall’intuizione. Le tue due ore di tennis sono ora un momento sociale, in cui solo occasionalmente ti concentrerai sul gesto atletico con la stessa intensità avuta durante le fasi iniziali del tuo apprendimento.
Da questo momento in poi, il tempo di pratica non migliorerà sostanzialmente le tue prestazioni, che potrebbero rimanere allo stesso livello per decenni.

Perché succede?
La tua performance non migliora perché smetterai di allenarti e giocherai solamente e, quando giochi, hai una sola possibilità di colpire la palla da una determinata posizione. Questo non ti permette di capire come correggere gli errori. Se, invece, durante la partita ti fosse permesso di effettuare cinque o dieci colpi dalla stessa identica posizione e dopo lo stesso identico scambio di gioco, otterresti molti più feedback sulla tua tecnica e inizieresti a regolare il tuo stile di gioco per migliorare la tua performance.

La pratica deliberata consiste proprio nel porsi nelle condizioni per svolgere al meglio questo tipo di allenamento sulle proprie abilità.
E può essere adattata benissimo allo sviluppo di competenze aziendali e di leadership. È il motivo perché nelle business school si usano molti case-study o role playing. Così come nelle scuole di psicoterapia o di chirurgia o nelle accademie militari. Si impara facendo. Ma per essere eccellenti, bisogna farlo bene, analizzando i dettagli e limando ogni spigolo.

Usare il teatro come laboratorio per sviluppare carisma

Diamo un’occhiata più da vicino a come la pratica deliberata potrebbe essere applicata per migliorare la propria leadership. Si dice spesso che il carisma sia un elemento chiave della leadership (o della gestione dei collaboratori o della comunicazione sul mercato). È vero: essere un leader spesso richiede di stare di fronte ai propri dipendenti, ai propri colleghi o al proprio consiglio di amministrazione e tentare di convincerli di una cosa o dell’altra, specialmente in tempi di crisi.
Un numero sorprendente di dirigenti, però, crede che il carisma sia innato e che non possa essere appreso. Tuttavia, se un regista e un insegnante teatrale aiutassero gli stessi manager a esercitarsi con alcune tecniche attoriali e a costruire un proprio stile comunicativo, questi apparirebbero molto più carismatici e, nel tempo, inizierebbero a sentirsi effettivamente tali, cominciando così a cimentarsi in contesti sempre più sfidanti e migliorando le proprie performance. In psicologia tale fenomeno è conosciuto come l’effetto come-se.

Lo stesso Anders Ericsson, lavorando in una scuola di recitazione per leader, sviluppò una serie di esercizi di teatrali per manager e imprenditori per aumentare le loro abilità di fascinazione e persuasione. I dirigenti che svolgono tutt’ora questi esercizi mostrano notevoli miglioramenti.

Anche il carisma, così come la sicurezza, la spontaneità nell’eloquio e la capacità di coinvolgere e farsi ascoltare, può essere appreso attraverso una pratica deliberata.

(Pensa che lo stesso Winston Churchill, una delle figure più carismatiche del XX secolo, trascorreva ore davanti a uno specchio per allenare la propria ars oratoria.)

Le due abilità richieste per la pratica deliberata: costanza e concentrazione

La pratica deliberata prevede due tipi di apprendimento: migliorare le abilità che già possiedi ed estendere la portata e la gamma delle tue abilità. L’enorme concentrazione richiesta per svolgere questi doppi compiti limita la quantità di tempo che puoi dedicare a svolgerli. Il famoso violinista Nathan Milstein ha scritto: “Esercitati tanto quanto riesci a farlo con concentrazione. Una volta ero preoccupato perché avevo notato che altri musicisti si stavano esercitando tutto il giorno, così chiesi al [mio mentore] Professor Auer quante ore avrei dovuto esercitarmi e lui mi rispose:

“In verità non importa quanto tempo. Se ti alleni con le dita, nessuna quantità è sufficiente. Se ti alleni con la testa, due ore sono molte. “

È interessante notare che in una vasta gamma di esperti, tra cui atleti, romanzieri e musicisti, pochissimi sembrano in grado di mantenere un’alta concentrazione per più di quattro o cinque ore consecutive di pratica deliberata. La maggior parte degli insegnanti e scienziati esperti, infatti, dedica solo un paio d’ore al giorno, di solito al mattino, per le proprie attività mentali più impegnative, come scrivere e organizzare nuove idee.

Anche se due ore possono sembrare un investimento relativamente piccolo, sono due ore in più al giorno rispetto alla maggior parte dei dirigenti e dei manager, poiché la maggior parte del loro tempo è erosa da riunioni e preoccupazioni quotidiane. Due ore in più al giorno sono circa 700 ore in più all’anno, circa 7.000 ore in più in un decennio.
Pensa a cosa potresti realizzare se dedicassi due ore al giorno alla pratica deliberata di una tua specifica competenza.

Vediamo ora alcuni spunti per riuscire a non mollare e continuare a migliorarsi.

10000 ore per migliorarsi e diventare numeri uno

1. Prenditi il ​​tempo che serve

Ormai sarà chiaro che ci vuole tempo per diventare un esperto. La ricerca di Ericsson e colleghi mostra che anche i performer più dotati hanno bisogno di un minimo di dieci anni (o 10.000 ore) di intenso allenamento prima di vincere le competizioni internazionali. In alcuni campi, come quello della musica classica, il percorso formativo può arrivare anche a 15 – 25 anni. Quindi:

  • calibra bene le tue aspettative e i giudizi sulle tue performance
  • frammenta i tuoi obiettivi in micro obiettivi lungo una sequenza temporale realistica

2. L’illusione del talento

Molte persone non hanno consapevolezza di quanto tempo ci voglia per diventare un esperto. In un’intervista, il grande scrittore russo Lev Tolstoj, dichiarò che molte persone gli confidavano che non si cimentavano nella stesura di un romanzo perché non erano sicure di esserne in grado. Tolstoj ne rimaneva sempre sorpreso: certo che non ne erano in grado! Perché la gente si aspetta di possedere un’innata capacità di scrivere e di poterla scoprire nel primo e unico tentativo?

Allo stesso modo, gli autori di molti libri di auto-aiuto sembrano presumere che i loro lettori siano essenzialmente pronti per il successo e debbano semplicemente compiere alcuni semplici passi per superare grandi ostacoli.
Le leggende popolari sono piene di storie di imprenditori, atleti, scrittori e artisti sconosciuti che diventano famosi durante la notte, apparentemente a causa del talento innato: “nascono così”, “gli viene naturale” sostengono le persone.
Tuttavia, esaminando le storie di campioni, esperti e persone di successo scopriamo immancabilmente che hanno trascorso molto tempo a formarsi e prepararsi.

Andre Agassi a chi gli chiedeva se «Si può essere felici e vincere?» rispose:

Io non ci sono riuscito. Pensavo troppo, anche se mio padre me lo proibiva. Non volevo giocare a tennis e quello sparapalline contro cui dovevo combattere, 2.500 al giorno, ha rovinato la mia infanzia. Io sono cresciuto con le ossessioni e con le frustrazioni, forse Federer sarà diverso. Ma fino a quando si sta nel fuoco non si sentono a fondo le scottature. Hai bisogno di allontanarti dall’azione per riuscire a sentire il suo respiro. Forse tra qualche anno anche Federer e quelli che sembrano vincere con calma ed equilibrio scriveranno i loro libri e verrà fuori tutta un’altra storia. È che io sono diventato famoso in fretta, ma ci ho messo molto a crescere

Andre Agassi

3. Trova un mentore

La ricerca su performer di livello mondiale ha anche dimostrato che i futuri esperti hanno bisogno di diversi tipi di insegnanti per le diverse fasi del loro percorso di crescita. All’inizio, la maggior parte di loro è seguita da buoni insegnanti locali, cioè persone che possono fornire generosamente il loro tempo e la loro esperienza. Tuttavia, in seguito, per continuare a migliorare le proprie capacità, è essenziale che i performer cerchino docenti, consulenti o tecnici di livello più avanzato.

Avere insegnanti, coach o consulenti esperti fa la differenza in vari modi. Per cominciare, possono aiutarti ad accelerare il processo di apprendimento.
Inoltre, lo sviluppo di competenze richiede avere al tuo fianco persone in grado di fornirti feedback costruttivi, anche dolorosi. Un mentore esperto sa quando e come essere costruttivo, senza cedere nella tentazione di farsi ritenere un guru.

Il coach non solo deve instaurare una relazione di fiducia, ma deve anche saper programmare i passi e i tempi giusti del percorso verso l’eccellenza. Spingere troppo spesso porta solo frustrazione e innalza il rischio di abbandono.

Il mentore non è sempre un coach e viceversa. Seppur Ericsson nel suo articolo non ne sottolinei le differenze, per me è importante invece che in un percorso di crescita si abbia chiaro quando la relazione è basata sull’esempio e quando invece è basata sulla consulenza. In molti casi il mentore fa anche coaching e il consulente può diventare un esempio di riferimento, ma se non si definisce la relazione, si rischia che con il tempo si inseriscano invidie e personalismi non funzionali.

La differenza tra un mentore e un consulente (o coach), per me risiede nell’area di competenza: il mentore condivide con te l’esperienza e l’abilità che stai cercando di sviluppare, ne ha già fatto pratica e tu, in qualche modo, ne ammiri i risultati. È una persona che ha intrapreso prima di te la strada che vorresti percorrere.
Il consulente o coach, invece, non ha necessariamente particolari abilità nel tuo settore di interesse, ma la sua competenza è quella di aiutare le persone a raggiungere risultati importanti in un settore. La sua competenza è nella relazione formativa. Il consulente, quindi, ha la capacità di adattare le proprie tecniche per far crescere al meglio le performance di più clienti, il mentore, invece, attraverso la propria esperienza e il proprio stile, genera sull’allievo il fascino necessario perché sia lui ad adattarsi ai suoi metodi.
Spesso infatti si può essere consulenti di molte persone ma mentori di pochi. Pochissimi. Con cui si instaurano rapporti intensi, lunghi e basati sulla stessa passione.

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