Nota: “Definire la proprie responsabilità” è l’8° spunto di “15 idee per la tua mente”, un progetto estivo in cui ogni settimana propongo, sulla pagina facebook di MeLab, un argomento di psicologia applicandolo alla vita di tutti i giorni. Questo articolo è la trascrizione (quasi fedele) di una diretta facebook durante il laboratorio dello scorso anno: perdonate la sintassi, coglietene il succo e se avete delle domande ponetele sulla pagina. Ci sarà una diretta ogni mercoledì alle 18:00 durante la quale risponderò alle domande, darò degli esercizi specifici e dei riferimenti per approfondire l’argomento.Intanto andate a fondo pagina per ricevere gli aggiornamenti in anteprima.

Responsabilità nella crescita personale

Il concetto di responsabilità è molto importante in qualsiasi percorso che preveda un obiettivo (miglioramento personale, progetti aziendali, psicoterapia, ecc). In tali contesti cerchiamo di focalizzare la nostra attenzione e le nostre energie solo su quelle variabili su cui abbiamo direttamente possibilità di intervento. Andremo così a liberarci il campo da variabili “indirette” su cui noi poco possiamo fare e non ci resta che disinteressarcene o accettarne l’esistenza. Prendiamo consapevolezza che vi sono (molte) cose che noi non possiamo cambiare.

Ovviamente, dopo aver focalizzato quali sono le nostre responsabilità dirette all’interno di un obiettivo, il lavoro di miglioramento può essere svolto in modo da ampliare le nostre capacità e di acquisire abilità nell’influenzare il contesto in modo da favorire (anche se non determinare) il raggiungimento del nostro obiettivo.
Per facilità si possono differenziare 3 ambiti di responsabilità:

  1. Responsabilità diretta: ambiti su cui possiamo direttamente intervenire con competenza e pertinenza.
  2. Responsabilità indiretta: ambiti in cui non siamo i diretti esecutori delle azioni, ma che possiamo influenzare.
  3. Responsabilità assente: ambiti che non possiamo cambiare e su cui non abbiamo possibilità di influenzamento.

Le nostre aree di responsabilità negli obiettiviresponsabilità obiettivi emozioni crescita miglioramento personale

Negli articoli precedenti, abbiamo parlato di obiettivi specifici e misurabili (vedi obiettivi smart), ma chi partecipa al MeLab, o è alle prese con il miglioramento di se stesso, solitamente non si pone solo degli obiettivi così concreti.
Gli obiettivi che ho ascoltato in questi anni (quelli che alcuni partecipanti hanno voluto condividere, perché molti restano “segreti”) sono i più diversi: essere più serena, diventare una brava commerciale, smettere di fumare, gestire la mia rabbia, gestire il rapporto con i miei genitori, laurearmi, riprendere a fare sport, trovare degli amici, ritrovare un rapporto con i miei figli, diventare un bravo capo per i miei collaboratori, cambiare lavoro, non avere più paura, gestire le emozioni durante le trattative… E quasi tutti si articolavano in reti di storie, ricordi, aspettative e incertezze.
Come già accennato: molti obiettivi sono complessi, cioè costituiti da più aspetti e variabili. Quanto più complesso è un obiettivo, tanto più è necessario che sia definito all’interno di un progetto in cui tutti gli aspetti e variabili verranno presi in considerazione e pianificati. Si potrà quindi definire un progetto che abbia un obiettivo generale, con un percorso a tappe che permetta di raggiungere tutte le sue declinazioni.
Questa operazione risulta, però, difficile per un’azienda, figuriamoci per una persona sola.
Ma è andando a specificare ed analizzare il singolo progetto o obiettivo che ci possiamo render conto di un aspetto fondamentale: non tutto dipende da noi.
Spesso in obiettivi generici o complessi si nascondono aspetti su cui noi non possiamo intervenire.
Per esempio, ieri sera, una partecipante parlava del suo obiettivo e di come avrebbe voluto avere un bel rapporto con suo figlio adolescente: questa è una relazione tra due persone, in cui sicuramente una, la madre, ha maggiori responsabilità (almeno dal punto di vista legale), ma non è la sola a poter governare il rapporto. Il figlio è parte attiva in questo rapporto e, quindi, la madre potrà desiderare una migliore relazione, ma non potrà assumersene l’intera responsabilità.
È importante, quindi, individuare all’interno delle nostre ambizioni, quegli obiettivi che sono di nostra diretta responsabilità. Nell’esempio precedente, la madre ha poi declinato le proprie responsabilità in: apertura al dialogo e all’ascolto anche in argomenti non scolastici; fissare limiti e doveri in modo chiaro e senza svalutare il figlio; dimostrazione con l’esempio di responsabilità e coerenza… Non possiamo porci come obiettivo che nostro figlio ci rispetti, torni a casa all’ora stabilita o sia promosso a scuola: sono azioni di sua responsabilità. Noi possiamo porci come obiettivo che il nostro rapporto con lui favorisca tali azioni.
In sostanza: differenziate sempre tra i vostri obiettivi e i vostri desideri.

Obiettivi e desideri

I desideri vanno benissimo! Non pensate di non poter sognare! Continuate a desiderare senza progettare!
Tutti vi dicono di liberare i vostri sogni dai cassetti, perché là prendono la muffa… Ma è vero solo in parte!
I sogni vanno bene ed è bene avere un cassetto con dei sogni non realizzati.
È bello a volte addormentarsi di notte e sognare di essere in un’isola deserta, o di essere molto più sereni, o di non attraversare questo periodo stressante della vita familiare o lavorativa. Va bene avere dei desideri! Potrebbe essere ancora meglio se questi desideri potessero trasformarsi in obiettivi?
Non sempre, ma diciamo per ora di sì.
Però tenete conto che solitamente in un desiderio il piano per raggiungerlo deve essere astratto (meglio anche se proprio inesistente), mentre l’obiettivo per essere raggiungibile deve essere più concreto e avere una progettazione più definita.

In sostanza: non avere responsabilità nel raggiungere i propri desideri è una cosa che alleggerisce l’animo.

Raggiungere un obiettivo complesso: la responsabilità (non) è solo mia

Quindi, avere un bel rapporto con un figlio ventenne non rientra completamente nelle vostre aree di responsabilità. Nel senso: se il rapporto va bene o va male certo dipenderà da me, ma dipenderà anche da mio figlio. In questo caso io non posso misurare la mia abilità e la mia capacità di raggiungere questo obiettivo, se parte del raggiungimento di questo obiettivo dipende anche da un’altra persona.
Ancora di più se stiamo parlando di contesti complicati, dove ci sono più persone, più situazioni, più variabili in gioco.
Vi consiglio in questo caso di definire bene quali possibilità di azioni avete, cioè quali siano le situazioni su cui voi potete avere responsabilità diretta.

Significa aver chiaro cosa posso fare in quel contesto (cosa riguarda me e cosa riesco a fare con le risorse che ho) e fissare un obiettivo specifico all’interno di questa area di pertinenza e competenza specifica.

Prendere, quindi, quello che potrebbe essere il vostro desiderio e declinatelo all’interno della vostra area di competenza e, solo poi, potete mettervi anche un obiettivo sfidante.

Nell’esempio precedente l’obiettivo generale potrebbe essere promuovere una relazione positiva con mia figlia ventenne. Poi declinato in più obiettivi specifici tra cui, quello sfidante di saper gestire le mie emozioni quando mia figlia ventenne mi accusa di tenerla segregata in casa offendendomi proprio sui miei punti deboli come madre.

Specificare i vostri obiettivi in una specifica area di competenza e di pertinenza conta ancora di più se lavorate in ambito aziendale. Sia che dobbiate affidare degli obiettivi a qualche collaboratore o che dobbiate voi assumervi la responsabilità del raggiungimento degli obiettivi. Controllate sempre le responsabilità in gioco e definitele in modo chiaro prima di iniziare l’attività.

In un’organizzazione complessa ci sono molte variabili in gioco e il risultato delle vostre fatiche dipenderà molto dagli altri o da altre situazioni da voi non controllabili. Voi cercate di delimitare al massimo la vostra pertinenza e chiedete ai colleghi/collaboratori di fare altrettanto, in modo che siano definite le responsabilità di tutti gli attori.

Ricorda che: negli obiettivi SMART la “R” di raggiungibile è una “R” che sta ad indicare anche la responsabilità.

I 2 rischi da mancata definizione della responsabilità negli obiettivi

Quando ci fissiamo degli obiettivi senza aver chiaro le nostre aree di competenza e pertinenza, non siamo responsabili del loro raggiungimento. Mancando l’analisi a monte, però, non ne siamo consapevoli e questo comporta due grandi rischi:

  1. Non raggiungere l’obiettivo e darsene la colpa.
    Se l’obiettivo non dipende da noi, probabilmente non lo raggiungeremo.
    Più noi ci poniamo obiettivi che non dipendono direttamente da noi, o solo da noi, più è facile che questi obiettivi non vengano raggiunti. E dato che chi vuole migliorare è un criticone, prima di tutto per se stesso – abbiamo una sorta di vocina interna che ci segnala tutte le nostre difficoltà i nostri problemi su cui poi vogliamo intervenire (ricordi gli occhiali?) – sarà più facile che la motivazioni cali e che il giudizio che avremo su noi stessi sia negativo.
  2. Raggiungere l’obiettivo e autoconvincersi che sia tutto merito nostro.
    La fortuna esiste e se noi raggiungessimo quell’obiettivo, ci potremmo convincere di esserne noi gli unici artefici: di aver mosso la relazione o il contesto affinché poi tutto avvenisse secondo le nostre idee. Questo significherebbe non render merito ad altri oppure non rendersi consapevoli che questa volta è andata bene, ma restano ancora delle aree di miglioramento o, ancora, illudersi di essere competenti in qualche settore per poi prendere una sonora batosta in una simile occasione futura.

Responsabilità nelle emozioni: da come guardi il mondo dipendono le emozioni che provi

Io sono responsabile delle azioni che faccio, di quel campo di pertinenza in cui fisso il mio obiettivo, ma sono anche responsabile delle emozioni che provo.
Mentre quello che ci accade a volte non è nostra responsabilità, quello che noi proviamo è nostra responsabilità. Dobbiamo renderci consapevoli delle lenti che usiamo quando guardiamo e percepiamo quello che ci circonda.
Questo significa che sono queste lenti che fanno sì che in alcuni momenti noi proviamo delle emozioni piuttosto che altre.
Per tornare all’esempio della figlia adolescente che ci manda a quel paese, quindi, non è sempre detto che ci si debba arrabbiare oppure sentirci dei genitori fallimentari. L’emozione che noi proviamo in quel momento dipende in qualche modo dagli occhiali che portiamo, che ci fanno leggere in quelle sue espressione (e forse anche nella nostra incapacità di reazione) un buon motivo per provare rabbia.
Se voi ogni volta che provate un’emozione “negativa” foste consapevoli che quell’emozione dipende da un vostro modo di intendere il mondo sarebbe già un grandissimo passo avanti.

Il gran lavoro non è non provare un’emozione, ma essere consapevoli, mentre la stiamo vivendo, che la responsabilità di quel vissuto sia nostra: in questo modo passiamo da un’attribuzione di colpa all’esterno (in cui noi giochiamo il ruolo passivo di vittima), ad un’attribuzione di responsabilità interna (in cui aumentano le nostre possibilità d’azione).

*(Parleremo in seguito della non esistenza di emozioni “negative” e di come sia un sacrilegio fingere di non provarle)

Emozioni negative: se sei Umano, non puoi eliminarle

Con questo non voglio dire che noi possiamo controllare e governare le emozioni, o che una persona in salute, che sta bene con se stessa sia una persona sempre calma, serena e sorridente. Le emozioni che solitamente si considerano negative, quali rabbia, malinconia, tristezza e paura, sono emozioni umane e quindi, quando uno vuole essere umano con la U maiuscola, prova anche quelle emozioni. La cosa migliore è che ne sia consapevole e che provi a gestirle, a condurle verso una direzione utile o che possa preannunciare delle conseguenze non catastrofiche. Mi riferisco soprattutto alla rabbia, un’emozione apparentemente molto distruttiva, invece molto utile in caso di difesa o di autodeterminazione.

Responsabilità: riassunto

  1. Definisci gli obiettivi da raggiungere all’interno delle tue pertinenze e delle tue competenze.
  2. Non confondere un obiettivo con un desiderio: i desideri sono sacri e non vanno sminuiti con una programmazione
  3. Consapevolezza e emozioni negli obiettivi:
    • non esaltarti o demolirti senza verificare la responsabilità degli eventi accaduti
    • ciò che provi non è facilmente modificabile, ma dipende dal tuo modo di intendere il mondo e non è colpa degli altri

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