Nota: “Sentire le emozioni” è il 10° spunto di “15 idee per la tua mente”, un progetto estivo in cui ogni settimana propongo, sulla pagina facebook di MeLab, un argomento di psicologia applicandolo alla vita di tutti i giorni. Questo articolo è la trascrizione (quasi fedele) di una diretta facebook durante il laboratorio dello scorso anno: perdonate la sintassi, coglietene il succo e se avete delle domande ponetele sulla pagina. Ci sarà una diretta ogni mercoledì alle 18:00 durante la quale risponderò alle domande, darò degli esercizi specifici e dei riferimenti per approfondire l’argomento.Intanto andate a fondo pagina per ricevere gli aggiornamenti in anteprima.

Emozioni

Cos’è un’emozione? Qual è l’apporto fisiologico? Sono biologicamente definite o sono definizioni che fluttuano tra cultura e contesto storico?
Molti psicologi hanno provato a rispondere a queste domande.
Quello che invece interessa qui, a MeLab, non è cosa sia vero o meno dal punto di vista “scientifico” o trovare l’esatta definizione di “emozione”. A noi interessa utilizzare dei riferimenti (autorevoli) per fare degli esercizi ed essere un po’ più consapevoli.
Considerate che, dal mio personale punto di vista, per migliorare la nostra consapevolezza e gestione delle emozione, bisogna parlarne meno e agirle molto di più. Ecco perché nel laboratorio lavoriamo molto sul corpo.

Paul Ekman: le emozioni dalla Papua Nuova Guinea ai cartoni animati

paul ekman lie to me emozioni universaliPer iniziare a sperimentare le emozioni, mi piace partire dal lavoro di Paul Ekman: psicologo statunitense che gli studenti di psicologia generale ricorderanno per sempre per quei 6 faccioni con le espressioni di gioia, rabbia, paura, tristezza, sorpresa e disgusto. Sei faccioni fotografati che ritraggono solitamente lo stesso Ekman o alcuni abitanti della Papua Nuova Guinea che furono osservati durante il suo studio più famoso.
Chi invece non ha studiato psicologia lo può ricordare per due cose importanti:

    1. per quel telefilm bellissimo che è “Lie to me”, dove il bravissimo Tim Roth interpreta una sorta di antropologo che aiuta la polizia a capire chi mente attraverso l’interpretazione delle micro espressioni facciali. Quel personaggio è stato inventato ispirandosi proprio a Paul Ekman (quindi quando lo guardate immaginatelo, anche se ora è più grosso e più vecchio). Come il protagonista, Ekman ha collaborato e collabora ancora veramente con le polizie di mezzo mondo.
    1. per “Inside Out”, cartone animato della Pixar, in cui compaiono (e ne sono protagoniste) le emozioni “umanizzate” dentro la testa di una adolescente. Non solo quel film racconta e si basa sulla teoria delle emozioni di Ekman, ma lui stesso ne è stato anche il consulente.

Paul Ekman e le 7 emozioni universali

Ekman negli anni ’50 parte per la Papua Nuova Guinea per fare una ricerca di psicologia sociale e antropologia. Fondamentalmente riconosce che le espressioni facciali legate alle emozioni degli abitanti di quello stato sono similari alle nostre e a quelle di tutto il mondo.
Cercando poi in altre zone, culture e popolazioni, scopre che ci sono 6 (anche se poi ne aggiungerà una… dirà 7) tipiche espressioni facciali legate ai tipi di emozione.
Cosa ne deduce? Se in tutto il mondo la specie umana ha sempre queste 7 espressioni facciali (ognuna correlata alla stessa emozione) significa che queste 7 sono le emozioni cardine che ognuno di noi prova ed esprime.
Quali sono queste 7 emozioni universali? Partiamo dall’unica “positiva” che nomina, la gioia. Poi la rabbia, la tristezza, il disgusto, la paura, la sorpresa e il disprezzo (che aggiunge successivamente).
Sono quelle che troviamo nei quadratoni del libro di psicologia generale.
E sono quelle su cui lavoriamo a MeLab per iniziare a prendere consapevolezza dei nostri stati emotivi.
Come detto, vi sono numerose teorie e dispute all’interno del mondo della psicologia sulla definizione di “emozione”, ma solitamente a MeLab, l’unico interessato a epistemologia e modelli teorici è il conduttore (e coloro che hanno paura di mettersi in gioco e, quindi, preferiscono dissertare e teorizzare).

Sentire le emozioni è meglio che spiegarle

Abbiamo detto che ci sono 7 emozioni principali. L’invito che faccio spesso è quello di sentirle nel corpo. Perché se voi le spiegate troppo nella testa, queste perdono la loro essenza emotiva. Con “spiegare” non intendo “verbalizzare ciò che sentite” (che andrebbe bene), intendo “spiegare perché state così” (esempio di spiegazione: sono arrabbiato perché Marco mi ha mancato di rispetto). Quando spiegate cominciate a ragionare sull’oggetto e non sentite più l’emozione.Sentire le emozioni con il corpo

L’emozione è qualcosa che ci aiuta a muoverci in una direzione molto velocemente. Quindi, quando in mezzo alla giungla nel paleolitico, noi vediamo la tigre dai denti a sciabola (dite che esistesse?) non è che stiamo li a pensare:

“Guarda, questo animale che si muove, guarda che denti, guarda che pelliccia a strisce… Assomiglia ad una tigre. Meglio che mi avvicini per capirlo meglio: è proprio una tigre! E, siccome mi hanno spiegato che la tigre è pericolosa, allora io adesso escogito qualcosa per rischiare il meno possibile e, a ben pensarci, comincio a sentire una leggera paura”.

No. La realtà è che “automaticamente” percepiamo la paura e la paura porta a due reazioni possibili:

                      1. il sangue si concentra principalmente verso le gambe, in modo che possiamo scappare e correre il più veloce possibile, oppure,
                      2. il sangue si concentra principalmente verso gli organi vitali (cuore, polmoni eccetera) lasciando a “secco” le parti più periferiche del corpo, quindi gli arti. Questo provoca i brividi, pallore e, talvolta, svenimento. Tutto ciò accade ovviamente per alcuni motivi di sopravvivenza: se non hai sangue negli arti stai fermo, ti blocchi, sei impietrito, paralizzato dalla paura. I tuoi occhi sono sbarrati in modo da riuscire a percepire qualsiasi tipo di stimolo esterno: sei attento, attento e bloccato. Ti si stringe anche la gola in modo che non riesci nemmeno a dire “A”, perché se urli la tigre ti guarda e ti viene a mangiare. E a corsa penso che la tigre sia più veloce di te. Quindi, paralizzato, fermo là. Sappiamo che i predatori carnivori principalmente sono capaci di vedere gli oggetti in movimento, e tu sei bloccato. Ha un senso. In quel momento, semmai dovesse passare di là e riuscisse a prenderti un braccio o una gamba con un artiglio, perderesti meno sangue perché il sangue è più concentrato verso gli organi interni. È un’ultima occasione di sopravvivenza.

Perché vi faccio questo discorso? Perché come ho detto prima in modo provocatorio, noi consideriamo e dividiamo queste emozioni in positive e negative.
La gioia, la felicità, queste sono emozioni positive.
La paura: negativa. La rabbia: negativa. La tristezza: negativa.

Le emozioni non sono negative o positive. Sono solo emozioni.

Andiamo sempre alla ricerca di emozioni positive e cerchiamo di evitare quelle negative. Con il tempo abbiamo addirittura pensato che le emozioni “positive” corrispondano, non solo al benessere, ma alla salute mentale, mentre quelle negative corrispondano alla patologia e al disagio mentale.

Sbagliato. Tutte le emozioni sono servite alla sopravvivenza della specie: è stata la paura che ci ha fatto arrivare fino a qui, dove siamo oggi e di conseguenza, non possiamo avere paura della paura (vedi anche come “Rispettare la tua paura” a fondo di questo articolo).
Chi si occupa di ansia insiste molto su questo concetto.

Consapevolezza emotiva attraverso consapevolezza del corpo

Dovete rispettare le vostre emozioni, capire che le emozioni sono tutte importanti e quindi ascoltarle fisicamente: ricordate che il loro scopo principale è quello di farci muovere, quindi quello di avere un effetto fisico.
Quando lungo la strada, durante il vostro lavoro o in una qualunque interazione vi sentirete attanagliati dalla paura, questa non vi colpirà nella “testa”: magari vi verrà un nodo alla gola, vi bloccherete e vi irrigidirete un po’ di più e in quel momento non ci sarà una vocina dentro che vi dice :”Guarda che hai paura”, ci sarà piuttosto una vocina che dirà al massimo “Cambia discorso, vai più veloce, cosa ci faccio qua, aiuto, eccetera”.
Se invece voi iniziate a sviluppare una sorta di attenzione alla vostra fisicità (consapevolezza corporea), in quel momento vi accorgerete di un cambiamento fisico e vi direte “Ah, mi sono irrigidito” oppure Caspita: ho tutto il corpo proteso in un’altra direzione rispetto al mio interlocutore”.

In questo modo potrete, lavorando sul vostro corpo, cercare di lavorare anche sulla vostra emozione o, almeno, avere più consapevolezza dell’emozione che state vivendo. Molto spesso ci accorgiamo delle emozioni solo quando queste raggiungono dei picchi veramente alti. Questo vale per la paura, che tanto ci fa paura, ma vale anche per la gioia. A volte siamo felici e non ce ne rendiamo conto. Ricordate: quando si è felici bisogna rendersene conto.

Vietato sfogare la rabbia: riconoscetela e soddisfatela

Parliamo della rabbia. Di solito agli incontri che faccio la rabbia e la paura sono le due emozioni che richiedono più dissertazione e più esercizio. Ormai non ci si può più arrabbiare: le donne se si arrabbiano sono matte e isteriche; gli uomini se si arrabbiano sono dei mostri da mettere in carcere. Quindi la rabbia è esclusa, è un’emozione sbagliata: non ci si può più arrabbiare.
Purtroppo, però, anche la rabbia ci ha permesso di arrivare dove siamo arrivati e, quindi, una qualche utilità l’avrà 🙂
Vi insegnano a sfogare la rabbia: che è come dire di svuotare la spazzatura. Invece bisogna trovare delle modalità di uso della rabbia che non siano lo sfogo. E, così come non bisogna aver paura della paura, così la rabbia non è da sfogare. La rabbia è da riconoscere, esserne consapevoli e capire e ricordare bene il motivo per cui ci siamo arrabbiati.

Vi faccio un esempio:
Se vi arrabbiate perché il vostro responsabile d’ufficio vi tratta male e ragionate con lo sfogo della rabbia, quando tornerete a casa vorrete sfogarvi. E siccome non lo si può fare su marito, moglie, figli… Cercherete uno sfogo diverso: andare a correre, fare palestra, kick boxing, tiro al piattello, paracadutismo, giardinaggio… Tutto quello che volete.
La teoria dello sfogo della rabbia pensa che l’emozione non sia legata ad alcuna ragione (es: il capo che ci tratta male), ma considera la rabbia come della spazzatura che, una volta finita nel secchio, può essere semplicemente svuotata.

Quindi: accumulo rabbia in una situazione e la sfogo in un’altra

Invece no: quell’emozione ha un significato, ha un senso. Se voi vi siete arrabbiati perché il vostro capo vi manca di rispetto, andando in palestra quel motivo non lo state cambiando: state semplicemente attenuando i correlati fisiologici dell’emozione (battito cardiaco, ormoni, frequenza respiratoria, irrigidimento muscolare…).
Quando “sfogate la rabbia” prendete un po’ di schifezza da una parte e la buttate fuori da un’altra, come se foste un tubo. Non è bello considerarsi dei tubi. Soprattutto quando non fate nulla per impedire che dentro di voi passino delle schifezze 😉

Cerchiamo di fare una cosa differente. Ogni volta che vi arrabbiate cercate di individuare il motivo per cui voi vi siete arrabbiati. Non accontentatevi del motivo più superficiale (es: mi arrabbio perché lui è un cretino), cercate la ragione di fondo collegata ai vostri “occhiali” (es: voglio essere rispettato dal mio datore di lavoro o dal mio capo ufficio) .

Capite bene che è inutile che mi sfoghi in palestra, la rabbia mi vorrebbe far muovere verso la soluzione di questa situazione.

Mi direte che questa situazione non posso risolverla in quel momento, perché se parlassi al mio capo in quel momento ne uscirebbe una lite furibonda che poi mi licenzia. Allora va bene: che ci sia lo sfogo. Va bene che io prenda un po’ di minuti, ore o giorni. Va bene che esca e mi sfoghi. Ma quando ritorno con uno stato d’animo più rilassato devo essere più consapevole e avere bene in testa il motivo della mia rabbia: la sua mancanza di rispetto.

E allora da lì posso iniziare a lavorare per soddisfare la mia rabbia. Che obiettivo posso pormi? Cos’è questa mancanza di rispetto? Quali possibilità ho? Come ragiona lui?

Se ho chiaro le ragioni per le quali mi sono arrabbiato, posso fare in modo che le mie energie si indirizzino a risolvere quelle situazioni (sociali o psicologiche) in cui si manifesta la mia rabbia, piuttosto che stancarmi con allenamenti o sfoghi estenuanti (o, peggio ancora, fare ore di meditazione e rilassamento fingendo di disinteressarmene).

Riassumendo: vivete le emozioni

Alla fine di questo articolo, quello che voglio lasciarvi sono tre riflessioni.

          1. cercate di vivere le emozioni fisicamente: vi aiuterà ad esserne più consapevoli, a riconoscerle meglio e anche ad esprimerle in modo più efficace (lo vedremo più avanti);
          1. le emozioni sono tutte utili e importanti: non vi sono emozioni positive ed emozioni negative. Senza paura noi ci saremmo estinti milioni di anni fa: non abbiatene paura;
        1. gestire la propria rabbia significa muoversi per gestire ciò che c’ha fatto arrabbiare: non siamo tubi e la rabbia non è spazzatura, ma un’emozione che ci ricorda che noi valiamo, sta al coraggio e alla strategia poi intervenire.

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