Nota: questo è il secondo spunto di “15 idee per la tua mente”, un progetto estivo in cui ogni settimana propongo, sulla pagina facebook di MeLab, un argomento di psicologia applicandolo alla vita di tutti i giorni. Questo articolo è la trascrizione (quasi fedele) di una diretta facebook durante il laboratorio dello scorso anno: perdonate la sintassi, coglietene il succo e se avete delle domande ponetele sulla pagina. Ci sarà una diretta ogni mercoledì alle 18:00 durante la quale risponderò alle domande, darò degli esercizi specifici e dei riferimenti per approfondire l’argomento.
(Se desiderate vedere la vecchia live senza leggere l’articolo cliccate qui).

Essere e fare. Cosa vi blocca nel fare ciò che vorreste?

O meglio: “Il grande rischio del miglioramento personale”

Non è tanto chi sei ma è quello che fai che ti qualifica

Chi siamo qualifica cosa facciamo e non viceversa.

Ok: non sarete tutti d’accordo e penserete “È il fare che dimostra ciò che siamo”.
Lo penso anch’io (il “fare” è anche molto utile per costruire non solo la nostra “identità”, ma anche quella che volgarmente si chiama autostima o, in altri termini, self-efficacy).
Ne parleremo più avanti: il contesto e lo scopo di questo incontro è differente. E se non smarcate questo, le vostre azioni potrebbero prendere una strada che ad un certo punto non riconoscerete più.

Perciò a MeLab lavoriamo su i presupposti che abbiamo su noi stessi. Vedete, quando una persona fa un corso di miglioramento personale cerca sempre di imparare a fare qualcosa di meglio partendo da un presupposto. Ad esempio: “Così come sono non vado bene” o “Quello che faccio è sbagliato” o “Non riesco mai a fare la cosa giusta”.

Molto spesso chi vuole migliorare si mette in discussione. Questo criticismo è da tenere sotto controllo, non solo verso gli altri, ma, in questa fase, soprattutto verso se stessi. C’è il rischio che l’eccesso di critica ci demotivi nel miglioramento, cioè che ogni volta che faremo un piccolo passo in avanti, noi non guarderemo quel piccolo passo che abbiamo fatto, ma guarderemo il resto della scalinata che ci manca ancora da fare. Questa modalità critica e demotivante la affronteremo anche in seguito parlando di emozioni, ma prima bisogna concentrarsi sul “chi siamo”: se non abbiamo chiaro quello, rischiamo di progettare il miglioramento sul nulla.

È bene capire chi siamo per delineare il tipo di obiettivi ci poniamo.

Molto spesso ci poniamo degli obiettivi che non riusciamo a raggiungere. Il motivo è che questi stessi obiettivi nascondono in sé aspetti che vanno a contrastare alcune nostre credenze sul mondo o alcune nostre opinioni su noi stessi. Quindi, se noi raggiungessimo questi obiettivi, andremmo a mettere in discussione o a rischio delle sfere importanti della nostra personalità. Molto spesso queste sfere sono inconsapevoli. È proprio per questo che durante il primo periodo di MeLab indaghiamo noi stessi e facciamo degli esercizi di consapevolezza.

Persistenza dell’immagine di sé e obiettivi.

Rifletteteci:

Giudichiamo gli altri in base a quello che fanno, mentre giudichiamo noi stessi in base a chi riteniamo di essere.

Cioè – con tutte le varie eccezioni – quando un nostro famigliare si rovescia del tè sulla maglia lo consideriamo “distratto”, mentre quando capita a noi siamo subito pronti a dare una spiegazione contestuale dell’accaduto, del tipo: la tazza era calda.
La sintesi è che il principio attraverso cui giudichiamo gli altri è “dal particolare al generale” (rovesci il tè oggi, quindi sei distratto sempre), mentre giudichiamo noi “dal generale al particolare” (sono attento sempre, quindi se rovescio il tè oggi non dipende da me, ma dalla tazza calda).

L’idea che abbiamo di noi stessi è molto persistente. Anche – e a volte soprattutto – quando è negativa: quante persone ci sono che negano l’evidenza delle loro buone qualità o dei loro successi?

Altre volte abbiamo idee di noi illusorie e non comprovate dai fatti.
Esempio: ci consideriamo delle “buone persone”, anche se a volte le azioni che compiamo – cioè quello che facciamo – non sono sempre coerenti con il nostro stesso concetto di “buone persone”. E se, le volte in cui ci comportiamo in modo discordante da ciò che riteniamo essere, qualcuno dovesse farcelo notare, gli diciamo: “Non sono stato buono in quell’occasione perché quella persona bla bla bla… Hai sentito cosa mi ha detto? Hai visto in che situazione ero? Sai che ho non ho dormito stanotte?”.

Ci giustifichiamo in continuazione. Sarebbe meglio che queste due parti – essere e fare – avessero almeno una sorta di coerenza. Cioè che quello che noi pensiamo di essere sia poi supportato da quello che abbiamo ritenuto di fare e che quello che noi facciamo coincida con quello che noi riteniamo di essere.

Questo ci porta ad una coerenza tra come ci raccontiamo di essere e quello che facciamo effettivamente. Porta ad aumentare le nostre capacità – per esempio – di essere buoni, perché riempiamo la nostra giornata di buone azioni.

Responsabilità del fare sta nell’essere.

La coerenza tra essere e fare introduce il concetto di responsabilità. Respons – abilità: “essere abili nel rispondere”, cioè assumerci la responsabilità di ciò che facciamo e senza attribuirla al contesto, ad un’altra persona, all’ambiente o a quell’altro che ci ha detto.

Siamo noi responsabili di quello che facciamo perché siamo noi responsabili di ciò che siamo. È importante che sia questa la direzione del percorso: da chi siamo a quello che facciamo e non il contrario (cioè che sia quello che facciamo a determinare chi siamo, questa semmai è una riprova).
Cosa significa? Significa che se io sono buono faccio delle buone azioni, se io ritengo di essere intelligente faccio delle azioni intelligenti. Questo mi porta di fronte alla responsabilità di misurarmi con i fatti e talvolta a dirmi: “Caspita, questa azione così tanto buona non lo è stata, quindi: o io proprio così buono non sono o sono anche qualcos’altro. E questo qualcos’altro è qualcosa di importante? E’ un altro aspetto di me a cui prestare attenzione? O forse è meglio che migliori il mio modo di agire o il mio essere buono?”.

Capire chi siamo ci aiuta a fissare i nostri obiettivi.

Capire meglio chi sono favorisce anche la definizione dei miei obiettivi. Gli obiettivi che fissiamo devono essere all’interno dei nostri valori personali. Non tutti nasciamo con un talento specifico o con il sacro fuoco per un’attività. Molti di noi non credono di avere uno scopo nella vita. E qualcuno di questi, se ne rammarica.

A chi fa il mio lavoro – o a chi lavora con le persone – capita che molti vengano dicendo:

“Io però non so bene cosa fare della mia vita. Non ho ben capito qual sia il mio grande talento o quale sia il mio obiettivo” “Che senso ha la mia vita?”

Lavorare prima che sull’obiettivo su chi siamo è fondamentale per poi fissarsi degli obiettivi e sapere già come li raggiungeremo.

Capire chi sono in base agli obiettivi che mi pongo e che NON raggiungo: rispetta la paura.

Ti lancio una domanda: Che cosa faresti se avessi l’assoluta certezza di non poter fallire?

Prova proprio a scriverlo. Fallo ora.

Con questa domanda ci si toglie dalle spalle la paura. Molto spesso tra noi e i nostri obiettivi ci sono delle paure, ci sono dei rischi.

Le paure non sono così negative. La paura è un’emozione che ci salva la vita. Se c’è ogni tanto bisogna anche ascoltarla e seguirla.

Se noi non avessimo paura, cosa potremmo fare, cosa faremmo? Ognuno ha delle idee differenti. Rifletti: se tu non avessi paura, cosa faresti della tua vita?

Non significa: fallo. Rispetta la tua paura, ma inizia a ragionare su che tipo di paura sia. A volte questa paura è una paura che ti salva la vita.

Vorresti aprire un bar su un’isola deserta? Ma rimandi sempre? Magari se indagassi i motivi di questo blocco ti potresti dire: “Se andassi ad aprire un cocktail bar ai Caraibi, perderei la mia famiglia: ho 7 figli, la moglie, il lavoro, l’azienda eccetera… È concretamente molto difficile che possa farlo.”
Questa paura ti dice che, nei tuoi valori interni, la famiglia (o l’impresa o la responsabilità) viene prima del tuo obiettivo di aprire un cocktail bar ai Caraibi.
Dunque, chi sei tu? Sei una persona che ha agisce in base a questo tipo di valori. O che su questi valori ora sta valutando questa situazione.

Farsi questa domanda fa emergere la nostra paura e ce la fa capire un po’ meglio.

Ci possono essere molte paure: ho paura di fallire, ho paura che qualcun altro mi dica “non sei stato bravo”, ho paura del giudizio dei genitori, dei colleghi, del giudizio dei concorrenti, oppure ho paura che questo prodotto che voglio lanciare nel mercato non funzioni e quindi che tutti gli investimenti per raggiungere il mio obiettivo poi crollino.

A volte riusciamo a vedere i nostri obiettivi proprio al di là delle nostre paure. E i guru da strapazzo vi dicono che la paura è sbagliata e che è solo una stupida emozione da perdenti. Quindi dovete eliminare la paura e raggiungere gli obiettivi senza voltarvi indietro.Alfred: Perché i pipistrelli, signor Wayne? Bruce Wayne: Perché mi fanno paura. Che li temano anche i miei avversari.

Invece queste paure vi fanno capire meglio chi siete e che scala di valori avete o in che schemi mentali siete imbrigliati. Solo capendo queste paure potrete valutarne l’entità e decidere che farne. Qualcuna avrà ragion d’essere, mentre altre saranno obsolete e svaniranno come neve al sole. Tra quelle che rimarranno potrà esserci una paura da affrontare, come si diceva alla presentazione del corso, con grande coraggio.

Quindi:

Quali sono le tue paure?

Fanne una breve lista e per ognuna indaga quali valori protegga. Se ti stai chiedendo se tu possa mettere in discussione questi valori, la risposta è “sì”. Ma se li hai avuti per molto tempo, non considerarti così stupido, rispettali e osservali ancora per un po’ 😉

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